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Arte

Ramen e guerriglia zen: intervista allo street artist Mattia Yest

A Roma, sulla Prenestina, c’è un ristorante giapponese, si chiama Hokusai Ramen. Affaccia proprio sulla strada e davanti l’ingresso a un banchetto meccanico a forma di grossa ciotola piena di noodles con delle bacchette automatizzate che sollevano gli spaghetti di plastica su e giù. Yest – Mattia – sulla Prenestina ci passava spesso e quando ha visto la ciotola gigante si è detto “io in quel posto ci devo andare a mangiare”. Quando qualche tempo dopo gli ho scritto su Insta “OH SEI UN SACCO BRAVO ANDIAMO A MANGIARE INSIEME DOVE TE PARE E TI INTERVISTO?” sapeva già cosa rispondere. In effetti immagino che il primo pensiero sia stato di bloccarmi e segnalarmi per spam, ma superato questo piccolo impasse, eccoci seduti da Hokusai Ramen. Mi ha portato una bustina piena dei sticker di writer romani e non e abbiamo ordinato ramen classico, piccante e onigiri alle umeboshi, le prugne salate giapponesi con quel profumo fresco e floreale che per qualche minuto ti fa dimenticare che sei sulla Prenestina.

Partiamo dallo Yest “umano”. Come ci sei arrivato a Roma? Si sente dalla cadenza che sei adottato

Rionero in Vulture, Basilicata. Un posto dove non c’era nulla se non le solite dinamiche da paesello con molti circoli, bar e pochi sbocchi creativi. Cominciai a collaborare con una crew composta da qualche amico, principalmente due, Neps e G-Wan. Poi, Scuola Internazionale di Comics. Là iniziai a progettare un’idea dopo l’altra con tutti i miei amici usciti dalla stessa realtà: fondammo un collettivo di nome Satura Lanx e il primo e unico progetto uscito fu una collaborazione con Danno dei Colle der Fomento, “Deragliamenti personali”: era un concept book quadrato che doveva riprodurre le forme dei bookleti dei dischi. Pagina a sinistra canzone, pagina destra un disegno. Le illustrazioni erano colorate da Adele Matera e alla fine del libro trovavi un Qr code che ti riportava ad un album YouTube dove si potevano sentire le canzoni nella loro sequenza in modo da ascoltare, leggere il testo e vedere l’illustrazione tutto contemporaneamente

Se hai nominato il Colle mi hai risposto già alla domanda

In realtà l’amore per Roma era partito già da quando ero giù: da bambino venivo spesso per trovare i parenti di mio padre e vedevo tutto questo mondo del writing, le tag sui muri, cose che nel mio paesino esistevano sì, magari qualche tag di qualche persona molto più grande di noi che negli anni 90 c’ha provato, ma nessuno poi ha continuato su quella strada. Le dinamiche di un paese non sono quelle di una grande città: se tu fai qualcosa su un muro il giorno dopo vengono a rompere le scatole a te e alla tua famiglia, ti vengono proprio a prendere. Mio padre sì, mi faceva la cazziata, ma in realtà anche a lui piaceva questo mio istinto artistico, era già il mio primo fan. Stiamo parlando di una realtà di 13mila persone, dove la metropoli più vicina è Potenza. E pensa che noi solo a Potenza potevamo andare a comprare gli spray: non li vendevano da nessun’altra parte se non gli spray scrausi dal ferramenta. Andavamo in treno e vedevamo tutti questi vagoni e metri su metri di muri dipinti da gente come Iatus, Macro, Purè, Cuore,gli RTS e Kebo. Li vedevi e ti dicevi “Mado, pure io lo voglio fare“. Roma mi ha fatto innamorare di tante cose ho conosciuto bellissima gente. Solo che capii che non potevo farlo lì da noi. E Roma allora mi è iniziata ad apparire come “il mio posto” “

Yest a Piazza Navona

Quanto è stato difficile partire da un contesto culturale così fossilizzato nel tempo?

Eh. Molte persone che conoscevo se ne sono dovute andare per forza di cose. Anche gente brava, di talento, e che aveva più di un progetto in testa: sono dovuti tutti andare via. Roma, Bologna Milano. In testa avevo il pensiero fisso “se voglio fare qualcosa non posso farla qui, non ho materialmente i mezzi, devo andare via“. Credo sia un discorso molto sentito a livello sociale nazionale e se vivi in queste realtà, soprattutto se hai in mente qualcosa di artistico, ti ritrovi disarmato. Anche per questo sono tanto grato a Roma

Tu l’ami proprio questa città. Cosa ci hai trovato che ti ha fatto rimanere?

Di Roma ti ci fanno innamorare prima di tutto romani, ma da Gabriella Ferri a Califano, Gigi Proietti, insomma tutte le entità che ne hanno descritto i pregi e i difetti di questa città. Li ascolti parlare e ti ritrovi proprio nella città, come se fossi insieme a loro: è come un viaggio mentale in cui ti accompagnano di volta in volta.

La murata ad APRICENA (FG). In ordine abbiamo: Moe, Yest, Hokum e Apice

Ultimamente la Street Art in generale, ma in particolare quella romana, sono un po’ al vaglio pubblico. La situazione Geco è stato un brutto affare. La cosa che mi ha colpito è nei discorsi dei detrattori una scritta sia una scritta punto. Non esiste contestualizzazione. Quanto credi sia importante il significato mentale o la spinta emotiva dietro un’opera?

Tanto, sicuramente. Pensa anche solo a quanto sia diverso l’impatto di una scritta di Geco per qualcuno di Roma rispetto a qualcuno di fuori. Allo stesso tempo però ti posso dire che dovremmo smettere di cercare per forza il significato celebrale o emotivo nell’arte, perché un artista può benissimo aver fatto quella cosa anche solo per divertirsi… e va bene così. Detto questo, la gente dovrebbe sicuramente imparare a leggere un artista in maniera completa. Parliamo di Geco nello specifico: oltre agli adesivi lui fa le famose scritte a “blocchi” no? A livello fisico e artistico la gente non ha idea di quanto tempo, precisione, impegno e equilibrismo ci vogliano per fare un’opera del genere. Ecco, quando di base c’è un impegno e un amore del genere meriti rispetto anche solo per quello

Quindi il discorso è a chi parli e come. Magari non piaci a tot persone ma parli per direttissima a una comunità culturale che il tuo lavoro lo apprezza

Assolutamente. Io magari guardo una serranda e vedo il tag di uno sopra quello di un altro e già mi immagino il beef, il piccolo dissing, o magari so che sono due amici e capisco che stanno giocando. Passa un’altra persona davanti la stessa saracinesca e vede “un espressione di degrado” mentre io ci ho letto un’intera storia

I Point Eyes che flexano a Tor Bella

A livello personale tuo quando è che è scattato il momento “ok, posso farcela, posso dedicarmi a questo” ?

“Pensa che lavoravo come guardia museale, sono finito anche al Globe Theater. Una sera mi chiamano per un lavoro all’Ara Pacis e io avevo lo smoking a lavare, ci mandai un mio amico. A casa scopro che ci sono Solo e Diamond a Radio Kaos Italy, una web radio che offre ai propri ascoltatori l’opportunità di vedere le interviste live dalla loro sede a Tiburtina. In quel periodo, abitando proprio lì vicino, ne ho approfittato sia per assistere all’intervista sia per salutare Diamond – che ho avuto l’onore di conoscere e di dipingerci insieme a Cantinando, un festival di 3 giorni a Barile (PZ) – ma anche per conoscere Solo. Finita l’intervista mi concedono una chiacchiera fuori da Radio Kaos e io molto timidamente, come al mio solito, chiedo a Solo se gli potessi far vedere qualche mio lavoro per avere una sorta di giudizio/consiglio su cosa migliorare di quel che stavo facendo. Gli feci vedere alcune prove delle illustrazioni di Deragliamenti Personali e li piacquero un botto, tant’è che mi ingaggiò per un lavoro di colorazione per un progetto che non volle svelarmi li nell’immediato. Mi diede solo un appuntamento: “Martedì alle 11 a casa mia”. Ero contentissimo, mi impegnai per arrivare spaccando il minuto, né un secondo in anticipo né un secondo in ritardo e quando arrivo Solo mi mette a lavorare sulla copertina del vinile di Piotta e il Danno “La forza che scorre”, fatta proprio da lui. Sto lì a lavorare sulla colorazione della cover che arriva un terzo ragazzo e si mette a guardare come lavoro. Io avevo capito che fosse qualcuno dell’ambiente ma nel mondo della Street Art ci teniamo tutti molto alla privacy quindi non gli avevo chiesto nulla. Io non riuscivo a capire chi fosse realmente e lui continuava a rimanere un po’ sulle sue, anche con Solo parlavano praticamente in codice per non farsi capire. Iniziamo a parlare del più e del meno e ad una certa arriva il Piotta, lo guarda e gli fa “Bella Pinto“. A quel punto capisco chi ho accanto, io già lo seguivo, e da lì cominciamo a parlare, scambiarci consigli, gruppi musicali…insomma cose da amici. Pensa che adesso abbiamo anche un progetto in comune, si chiama Point Eyes. Credo sia stata una delle mie esperienze più belle e rivelatorie. Del Pinto mi è piaciuta la persona prima ancora dell’artista e in quel momento mi sono detto “Insieme possiamo fare un sacco di cose” “

Mi hai parlato de Er Pinto che è famoso per le sue poesie urbane, uno street poet. Lo uso come spunto per chiederti, secondo te, la differenza tra Street Art e vandalismo

Mh. Purtroppo vedo proprio un muro mentale, invalicabile, nelle persone esterne a questo mondo che magari sono anche appassionate a tutto ciò, molte volte ci sono persone che si improvvisano intenditori e critici d’arte senza aver mai studiato veramente questo movimento da dove nasce e come si è evoluto nel corso degli anni. Postare foto sui social o commentare un qualcosa a tema Street Art non vi fa intenditori dell’argomento. Questo più tanti altri fattori più grandi, come quelli politici ed economici, ma anche come l’utilizzo da parte degli street artist di soggetti più comprensibili e popolari alla gente comune, ha portato a questa scissione estrema tra la Street Art e il Writing, ritenuto dalla gente comune “vandalismo”, tralasciando la sperimentazione continua di quest’arte. Però non immaginano neanche come la prima derivi dalla seconda, chiaramente con canoni, tecniche, strumenti e soggetti differenti sviluppatesi nel corso degli anni. C’è sempre bisogno di una “validazione” esterna, dell’influencer o del politico di turno, che eleva quel contesto a “evento social” o “impegno sociale”. Pensa anche solo alla differenza d’impatto sociale che passa tra Banksy e Geko: uno ormai è mainstream, anche nelle azioni “illegali”, questo perché utilizza messaggi e soggetti comprensibili da tutti. Il secondo invece per la gente comune è un vandalo, senza vie di mezzo o ragionamenti. Io come artista non sono sempre obbligato a dare senso o motivazione alla mia opera, mi tutela il mio stesso istinto creativo. Tu come utente finale non sei obbligato ad essere stronzo solo perché non sono stati rispettati i tuoi gusti

I Poin Eyes in mostra al Seedo nel 2018

Quindi in generale percepire l’arte urbana come manifestazione del sé di qualcuno…

” Certo: quella che stai guardando non è un’opera d’arte e basta, è un pezzo di una persona. Molti ci paragonano a i cani che pisciano in giro per lasciare un impronta del loro passaggio e per marcare il territorio. Beh, se la dobbiamo vedere così perché no! Lasciamo segni del nostro passaggio parlando magari a chi già ci conosce di persona o a chi ci conosce solo per quel che facciamo e lasciamo queste “tracce” in giro dove andiamo. Al contempo però molti di questi ” cani” possono vantare collaborazioni e opere di un certo livello. Personalmente ho una mia tela di 6m x 3m in mostra nell’ambasciata italiana a Praga e di questo non posso far altro che sentirmi fiero di me stesso. Ho dato sfogo ad un mio impulso artistico e d’espressione aperta a tutti. Ecco, sul discorso del vandalismo trovo che sia molto più vandalica una persona che scrive “Francesco muori” sul muro rispetto a una tag di qualcuno, perché in un caso è un discorso pieno d’odio solo tra te e Francesco, nell’altro una manifestazione di te diretta a chiunque. Per il discorso “imposizione” sulla città invece, la Street Art effettivamente può essere intesa anche così, ma diciamocelo: non ti sto mettendo una pistola alla bocca, sto disegnando, mi sto esprimendo. Basterebbe venirsi incontro tra parti”

Sta uscendo un bel discorso: il lato umano della Street Art. Quanto è importante il contatto anche tra artista e artista nel vostro mondo?

Tantissimo. Se ripenso a quante persone ho conosciuto in tutte le jam e con quante di loro poi ho collaborato… alla fine siamo una piccola comunità in ogni città, una città nella città. Spesso ci contaminiamo tra di noi, ci scambiamo idee, spot dove andare a disegnare. Anche dal punto di vista delle esposizioni quasi sempre sono di più persone insieme, gruppi di amici che si organizzano per mettere su qualcosa di fico

Alcune delle cover realizzate by Yest

Ti faccio l’ultima domanda. Ora che hai progetti tra le mani, idee, occasioni, come ti senti?

In continua evoluzione. Sono dell’idea che se un artista si sente appagato, arrivato, ha finito. Magari domani mi sveglio e voglio cominciare a scolpire. Voglio vivere per il momento con questo mood. Pensa che in questo periodo mi sto appassionando al settore dell’animazione. Credo che rinnovarsi continuamente e provare cose nuove sia proprio l’essenza della vita artistica ed è il desiderio più grande che mi sento di esprimere per il mio futuro oltre di riuscire a sopravvivere in questa giungla di mondo
grazie alla mia arte e alle mie “doti”

Ed eccoci qui: alla fine abbiamo preso anche gli onigiri piccanti e siamo pieni. Ci alziamo con il vapore del ramen caldo che esce dalle finestre in legno della cucina, un ragazzo mezzo ubriaco di saké sorride felice alla ragazza. È tutto perfetto in questa Tokyo sulla Prenestina. Usciamo dal locale con l’aria fredda che ci schiaffeggia la faccia e il sole tiepido del Pigneto che ci bacia le guance. C’è il 19 che ci passa accanto sferragliando e Yest che sorride sotto la mascherina.

È proprio una bella giornata e spero pure per voi.


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